"Un sogno realizzato"
di Renato Lucchetti
La
Linea d'orizzonte, sul mare davanti a Genova, si
interrompe ad Est contro il promontorio di Portofino.
Il suo profilo, che appare in quasi tutte
le vedute della Riviera di Levante, è diventato inconfondibile.
Scalare in volo quella montagna: richiamo
antico e insistente, mescolato al fascino del proibito e dell'ignoto.
Molti sono gli ostacoli che vi si
oppongono: il monte boscoso non ha nessun decollo; i venti da Ovest che
permettono il veleggiamento sul fianco esposto a Ponente sono rari e
temuti per la forza improvvisa delle mareggiate di libeccio che
inondano le spiagge; ultimo e non trascurabile deterrente: il corridoio
di discesa diretto all'aeroporto di Genova interseca sulla verticale
questa sporgenza di conglomerato, che si protende in mare per oltre tre
chilometri.
In passato avevo fatto alcuni tentativi
dal monte Esoli: un'altura di 440 m. sopra Camogli, che si raggiunge
con un sentiero dal valico di Ruta.
Il decollo è una stretta discesa
con scarsa pendenza chiusa tra un bosco di castagni a destra ed una
scarpata piena di rovi a sinistra. L'inverno scorso sono finito nei
rovi. Mai visto gambi così grossi. Sono rimasto sospeso
nell'imbrago (ero da solo) per liberare la vela ho impiegato più
di quattro ore, nonostante avessi un segaccio a serramanico e un paio
di guanti di pelle da lavoro, nelle prime due ore sono riuscito solo a
strapparmi una giacca, coprirmi di graffi e fare un bagno di sudore:
non riuscivo a concludere niente. Liberare tutti i cordini sganciandoli
dalle bretelle non mi sembrava una grande idea, l'avevo già
fatto in passato. Poi ho avuto l'illuminazione: ho preso il sacco di
contenimento e ho cominciato a schiacciarci dentro tutto quello che
riuscivo a liberare dalle spine. Il sistema ha funzionato.
Fortunatamente la luna piena ha illuminato la via del ritorno. A Ruta
però, data l'ora tarda, non passavano più mezzi pubblici,
ma un buon samaritano mi ha dato un passaggio fino alla stazione
ferroviaria di Recco.
Da allora con il monte Esoli ho chiuso!
In precedenza ero riuscito tre volte ad
avvicinarmi al paese di San Rocco di Camogli, ma il vento era troppo
debole e troppo frontale per proseguire e ho dovuto tornare indietro ed
atterrare a Camogli.
La gran giornata del volo inizia con
l'appuntamento al parcheggio di Genova Est alle 10.00. Il cielo
è sereno e in Valbisagno scende l'immancabile tramontana.
Decidiamo di restare nelle vicinanze e volare a Santa Croce sopra Sori,
anche perché in questo periodo è in vigore un Notam,
richiesto da un club di volo libero ligure, che autorizza il volo a
parapendio e deltaplano. Sulla spiaggia di Sori le bandiere segnano un
vento da Sud in aumento. Saliamo in auto fino alla strada panoramica
del Monte Fasce, al cosiddetto decollo del Cornua (anche se in
realtà, il monte Cornua è a 3 chilometri più a
Est).
Dal monte Possuolo (770 m. s.l.m.), luogo
della partenza, si ha una bella veduta del Santuario di Santa Croce,
prima meta del volo. Da lassù si ha l'impressione di non
giungere a sorvolare la chiesetta, infatti ci vorrebbe un'efficienza
superiore a 9. La partenza copre un ampio settore (almeno 150°) di
venti da Sud e avviene da prati con forte pendenza.
Due amici mi hanno preceduto e sono
più alti del decollo. Decollo alle 13.00 con il mio parapendio,
alquanto fiducioso ed invece non riesco a trovare niente fino
all'elettrodotto dove tento di girare una debole ascendenza. Torno
indietro verso la partenza con il vento in coda. E' un momento
delicato, perché se continuassi a perdere quota non potrei
più tornare nella valle di Bogliasco e mi infognerei sottovento
senza un atterraggio decente. Sfilo 40 metri sotto il decollo diretto
ad Est e dopo il crinale sento la provvidenziale dinamica. Mi mantengo
in una zona limitata e in pochi minuti guadagno un centinaio di metri.
Parto di nuovo per Santa Croce che riesco a raggiungere con una quota
tranquillizzante. Sotto la chiesetta vedo Maurizio Raffo che si sta
preparando con calma: alla sommità del monte il vento è
debole. L'unico modo per non bucare è girare flebili termiche
facendosi scarrocciare. Dopo un'ora di volo, trovandomi ad una quota
accettabile e dubitando di mantenerla, decido di attraversare la
vallata di Sori e portarmi su Sant'Apollinare. La planata è
agevole, segno che il vento ha seguito la rotazione del sole.
Anche qui si ripetono le condizioni della
giornata: cicli irregolari di languide ascendenze girate con
delicatezza regalano preziosi metri a salire.
Sopra il Poggio Montone (430 metri
s.l.m.) parte una cresta diretta a Nord che arriva al monte Cornua (700
metri s.l.m.) in questa stessa giornata Fulvio Torre, forse per la
prima volta, ha raggiunto Sori scendendo da questo crinale. Sullo
spartiacque si nota una cappelletta che la carta topografica indica
dedicata a Sant'Uberto. Li c'è una comitiva di gitanti.
Maurizio, che nel frattempo è
arrivato dalle mie parti, fa diverse puntate sugli spettatori.
Dalla mia posizione sembra che sfiori il
bosco. Passa così un'altra ora di volo. Sono tentato di
spingermi sul mare, smaltire la quota ed atterrare a Sori, anche
perché non sto più volando bene: la mia abituale
posizione supina mi ha provocato un gran male al collo. Ci vorrebbe un
poggiatesta. Per ora l'unico sistema è spostare il peso in
avanti: l'imbrago Metamorfosi permette questa variazione di
bilanciamento in volo, ma questa posizione, anche se concede un po' di
sollievo ai muscoli del collo, mi fa sentire appeso come un salame e
riduce la sensibilità del pilotaggio.
Da un po' di tempo sono in contatto radio
con Jester. Questo mi da fiducia. Ho adocchiato sopra Recco una colonna
di fumo che sale pigramente verso Ovest. Per radio ho la conferma che
anche sulla spiaggia di Sori il vento è leggermente ruotato.
Parto verso Recco con meno di 600 metri di quota. Il traversone risulta
anche stavolta facile. Dimentico Recco sotto di me e mi concentro su
Camogli . Prima di affrontare il gigantesco promontorio mi lascio
spostare sul monte Esoli dove il vario riprende a salire. Mi concedo
una pausa procurandomi con larghe spirali una scorta di quota.
Distinguo a fatica sotto di me l'odiato decollo. I rovi devono aver
preso il sopravvento. Se avessi del "napalm" lo sgancerei! La prossima
meta è San Rocco di Camogli. Sorvolando la spiaggia ho una
brutta sorpresa: qui in Liguria ha piovuto quasi ininterrottamente da
due settimane, questa è la prima giornata di sole ed è
festiva. Risultato: la spiaggia è gremita di persone! Ed
è l'unico mio possibile atterraggio, a parte il mare ovviamente.
Potrei forse tornare indietro a Recco dove c'è un'altra
spiaggia, ma non sono mai stato così alto in questo punto.
Andrò avanti e cercherò di far durare il volo fino al
tramonto, sperando che la gente, una volta calato il sole, se ne vada
rendendomi così possibile l'atterraggio. Sorvolo San Rocco di
Camogli con un margine di 100 metri e proseguo avvicinandomi al pendio.
Si ripetono le condizioni già
sperimentate nei voli precedenti: la linea di costa sotto di me
è quasi rettilinea, ma il fianco della montagna è
un'ampia concavità che si curva man mano che sale. Il vento che
incontro è sempre più deviato in prua; l'avanzamento
diminuisce e la salita si interrompe. Il prossimo chilometro
dovrò lottare controvento perdendo tempo e quota. Provo la
sensazione sgradevole di trovarmi in quel punto critico in cui sembra
sbagliata sia la decisione di continuare, sia quella di tornare
indietro, Ma il vento non è così forte, l'importante
è avanzare più in fretta sacrificando parte della quota.
Schiaccio l'acceleratore a 2/3 e lo lascio fisso. Quando mi sembra di
galleggiare, agisco cautamente sui freni. Alla mia sinistra sfilano
lentamente impervie pareti rocciose; duecento metri sotto di me
c'è il mare senza traccia di spiagge. Ormai sono troppo basso
per tornare indietro. Devo assolutamente raggiungere Punta Chiappa?
Poco per volta sento che è più facile avanzare. Mi
avvicino all'ultimo ripido canalone e il variometro fa finalmente udire
il suo pigolio. Superata la cresta successiva mi trovo sospeso su una
parete a picco sul mare, orientato perfettamente contro vento. Sono
immerso in una magnifica corrente ascendente che mi porta in poco tempo
al Semaforo Nuovo (420 m.). Una sensazione meravigliosa che mi fa
ricordare le descrizioni del volo in onda. Rallentando contro vento,
riesco ad indietreggiare pochissimo salendo a 1 metro al secondo. Dopo
dieci minuti l'altimetro ha superato i mille metri. La prospettiva
è cambiata: il promontorio è appiattito sotto di me. Ho
conquistato un sogno. Quante volte mi sono incantato davanti alle
fotografie aeree di Roberto Merlo raccolte nel libro "Liguria tra cielo
e mare" mi capitava talvolta di chiudere un occhio e di avvicinarmi
lentamente all'immagine per illudermi di volare. Ora sono qui seduto su
una poltroncina fatta su misura a contemplare uno spettacolo in cui
sono nello stesso tempo spettatore e protagonista. Posso nuovamente
riposarmi, rispondere alla radio, scattare le ultime foto, lasciare
passare il tempo godendomi il panorama.
Mi preoccupano un po' gli aerei di linea.
Seguono le loro vie tracciate nell'aria da onde elettromagnetiche. In
questo momento dovrebbero esserci comunque 600 metri di separazione
verticale, visto che loro sorvolano Portofino a 5.000 piedi. Un paio di
aeroplanetti passano in lontananza bassi sul mare. Un elicottero
proviene da Est e taglia sopra Ruta. Sento bene il suo rumore ma faccio
fatica a individuarlo. Anche le imbarcazioni a motore sono così
piccole che appaino solo le loro scie tracciate sul mare. Ho letto su
qualche rivista di aviazione che per un parapendio il modo migliore per
farsi vedere da un aeromobile in rapido avvicinamento è mettersi
in virata stretta: si resta nella stessa zona e si attira l'attenzione
del pilota. Ma non ho incontrato macchine volanti e purtroppo neppure
creature alate. C'è qualcosa che non va in un parco naturale
dove non volano rapaci. Il fatto che la presidente Lilia Capocaccia, si
sia dimessa in questi giorni, non fa ben sperare nel futuro.
Da un po' di tempo la radio si è
scaricata; anche io sono un po' scarico: ritorno verso Camogli con
vento in coda e quota da vendere. Sul sagrato della chiesa di San Rocco
di Camogli deve esserci una scolaresca in gita. Vedendomi si mettono a
gridare a squarciagola. Mi intrattengo nei dintorni con qualche numero
innocente?.tanto per perdere quota. Chissà se la mia presenza
accenderà in qualcuno di loro la voglia di provare a volare.
Guardo ora verso la spiaggia di Camogli,
ma c'è sempre troppa gente sulla spiaggia. Mi avvicino alla via
Aurelia, sperando di prolungare il volo. Ma l'aria è cambiata:
sostiene meno. Andare verso Ruta si rivela una scelta sbagliata. Faccio
dei lunghi otto sull'alta palazzata multicolore di fronte al mare per
ritardare l'atterraggio, farmi vedere dalle persone in spiaggia e
decidere da quale parte scendere. Ci fosse almeno un po' di fumo o una
bandiera. Posso solo stimare la direzione del vento dalla mia
velocità al suolo: mi pare di essere più veloce quando
vado verso Genova, quindi atterrerò nell'altro senso. C'è
un problema! L'avvicinamento alla spiaggia è impedito da una
chiesa alta come un palazzo di sei piani. Smaltisco sul porto,
oltrepasso il molo, proseguo sul mare. Ho il castello e la chiesa alla
mia sinistra. Questi edifici creano una corrente dinamica e mi trovo
troppo alto e troppo avanzato. La spiaggia, rimpicciolita dalle ultime
mareggiate, sta sfilando di lato. Un altro sgradevole attimo di
indecisione, poi un rapido 360 a destra, basso sul mare, con l'occhio
proteso ad anticipare la mia destinazione. Stavolta sono proprio dove
dovrei essere. Scarto con facilità alcuni fanatici
dell'abbronzatura, ed atterro tra le urla dei bambini che in un attimo
circondano la vela. Li coinvolgo subito per farmela piegare prima che
arrivino i genitori. Il sole sta tramontando; il promontorio si
è incappucciato di una minacciosa nube nera. Sono rimasto in
aria il tempo giusto: 3 ore e 36 minuti.
Appena giunto in stazione, il treno per
Genova sbuca dalla galleria. E' il mio giorno fortunato.
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Fine.