CINQUE TERRE AL GRAN COMPLETO



Mercoledì 2 Febbraio 2005, giorno della Candelora, (de l’inverno semo fora). Nottata movimentata: mia suocera (97 anni) ha parlato per ore nel sonno a voce alta. Ha dormito solo lei! Al mattino il cielo è terso e sono previste visite di parenti. Occorre senza indugio andare a volare… Sono in ritardo e mi ustiono la cavità orofaringea con un veloce thè bollente, vela in spalla e via a prendere il treno. Per andare a piedi alla vicina stazione ferroviaria di Genova Brignole, devo attraversare una strada dove il verde per i pedoni dura tre secondi. Allo scattare del rosso si viene letteralmente falciati via. Il treno per Monterosso al Mare (SP) dovrebbe partire alle 9 e 14, ma il realtà segue una legge misteriosa ed inesorabile: se arrivi in anticipo il treno ha un ritardo mostruoso, al contrario se arrivi in ritardo il treno è partito in perfetto orario.

Il convoglio proviene da Milano e con un po’ di fortuna, si può trovare un posto a sedere in una prima declassata e un quotidiano fresco di giornata. Se non ho niente da leggere, mi trovo col naso incollato al finestrino a veder scorrere via una successione di montagne affacciate sulla riviera di Levante ed a pensare che potrei volare molto più vicino a casa…ma il vento di tramontana oggi è bello forte…poche speranze che giri…

A Monterosso il sottopassaggio della stazione si apre direttamente sul mare. Se si annusa il salmastro è un buon segno: oggi si sente! Sulla recinzione del campo sportivo situato anche lui sul mare, sventola una delle mie maniche a vento, le faccio con i sacchetti di plastica della spesa, a vari colori, meglio se bianche e rosse, con una precisa codifica dei colori, in modo che quando sono orientate al vento diano un messaggio preciso a chi le osserva: bianco direzione buona, rosso vietato atterrare da quella parte. La manica oggi indica un vento da Sud/Ovest. E’ debole ma non sono ancora le 11. Mi piazzo dove inizia la salita, proprio vicino al forno da dove provengono profumati ed invitanti effluvi di pane appena sfornato, e tiro fuori il mio cartone con su scritto “valico di Gritta”. Il pollice alzato sarebbe un segnale troppo generico e poco efficace: la scritta invece rappresenta un messaggio, anche se poco comprensibile. Prima o poi qualcuno si ferma.

Fare l’autostop ha il suo fascino. Trovo che abbia delle analogie con il volo libero. Bisogna adattarsi a far conto sul probabile, sull’incerto, sull’occasionale. Ci si confronta con qualcosa-qualcuno che non si conosce, che verrà o non verrà a portarci su. Ci sono le brezze-persone antipatiche che ti passano vicino, fanno finta di non vederti, quelle indecise che rallentano poi ci ripensano, quelle che ti squadrano con una espressione contrariata:”Come osi chiedere un passaggio!”, quelle sdegnose:”Hai una bella faccia tosta a pensare che carichi uno sconosciuto, oltretutto male in arnese e con uno zaino voluminoso!”. E poi finalmente quelle che ti accolgono e ti fanno salire, salire, salire, per centinaia di metri… L’autostop è un atto di fede. Anche il volo libero è un atto di fede. Per volare bisogna essere dei credenti.

Ogni ascendenza-persona ha il suo carattere. C’è il cinquantino Apecar che sale imballato talmente adagio, che tutti gli altri veicoli lo superano, ma tu ormai sei li e ti mangi le mani, soprattutto quando ti dice ”Io sono arrivato” e ti lascia li, in un posto inqualificabile a metà strada tra il cielo ed il mare, troppo in basso per dove ti serve arrivare.

C’è l’auto sportiva con i sedili marchiati OMP che prende tutte le curve al limite, ti strapazza come una foglia nel vento, cerchi di non farti impressionare e dici “Accidenti come tira in salita!” ed intanto dentro di te non vedi l’ora di scendere. Ma anche in questo caso ormai ci sei e ci stai. Quando tutto finisce bene, scendi, ringrazi e vomiti.

C’è il tipo tranquillo, sicuro di se, che infonde fiducia, sale regolare e ti porta proprio li, dove volevi andare. Poi ci si saluta ed ognuno continua per la sua strada. Ma qualcosa è rimasto, c’è stato un incontro, uno scambio, forse una corrispondenza, una traccia nell’aria, un’energia in trasformazione. Per un vagabondo della mia generazione, che teneva sul comodino “On the road” di Jack Kerovac, l’autostop è una delle manifestazioni della massima evangelica:”chiedete e vi sarà dato”.

Ultimamente, prima di andare al decollo, preferisco controllare il vento al valico del Termine (531 metri s.l.m.) . Se proviene da dietro ma debole, conviene aspettare che giri, se invece è più vivace meglio rinunciare. Ogni volta che ridiscendo a piedi ai margini della strada i duecento metri che portano alla partenza, non posso fare a meno di immaginare come sarebbe bello se il fianco destro della valletta sotto di me fosse un prato, invece che il groviglio impenetrabile di piante spinose. La presenza di questi arbusti è un vero mistero: non li ho trovati in alcun altro luogo della Liguria e certamente non fanno parte della macchia mediterranea. Se questa zona fosse sgombra sarebbe molto agevole fare Top-landing e questo renderebbe il volo di Monterosso molto più attraente, sia per la praticità di recuperare l’auto, sia per un eventuale utilizzo estivo.

Sul decollo non c’è anima viva, fatto abbastanza scontato per un giorno feriale. Mi preparo con calma, seguendo una lista mentale di operazioni successive, ripetute innumerevoli volte. Il fatto di essere solo non mi disturba: si evitano le distrazioni, si decide autonomamente se e quando partire. Quello che mi dispiace è che senza qualcuno che mi preceda, non avrei il coraggio di tentare un volo di distanza; eppure, curiosamente, è tutta la mattinata che ci penso, ne ho persino parlato con la persona che mi ha accompagnato qui: “Vorrei arrivare all’isola Palmaria” mi sono anche un po’ vergognato. Non ho mai realizzato un vero volo di distanza: al massimo una decina di chilometri. Tempo fa ad Andrate ho chiuso un percorso di andata e ritorno lungo la Serra di Ivrea, ma davanti a me, a fare la strada, c’era un certo Patrucco…Per anni in Liguria abbiamo continuato a volare avanti e indietro lungo i costoni, accontentandoci di stare per aria, ma come dice Manuele Dondi:”siamo tutti d’accordo che se ci si limita a fare quello che si è sempre fatto, si otterrà ciò che si è sempre ottenuto”. Mi è capitato, diversi anni fa, di trovarmi al decollo di Ginestra (220 metri s.l.m.) a Riva Trigoso (GE) con Jimmy Pacher invitato per l’occasione da Agostino Gurrieri. Cielo coperto e condizioni debolissime. I pochi piloti locali che erano riusciti a partire erano scesi rapidamente in spiaggia dopo poche virate. Jimmy decollò benissimo, alla francese, senza vento su un decollo che molti guardandolo non capiscono nemmeno dov’è, visto come è corto e ripido. Girò la prima ascendenza facendo un pelo da brivido al costone. Continuò così inanellando una serie di lente spirali, guadagnando quota e lasciandosi scarrocciare verso est. Poi un rapido traversone sopra il golfo di Riva, l’attacco al versante di Renà, la risalita ed il sorvolo del monte Moneglia ed una divagazione sopra Casarza Ligure e la Val Petronio. Dopo una dimostrazione del genere, restavano due alternative: o cambiare sport, o cambiare modo di volare.

Ma ora la brezza sta ciclando nel modo giusto, sollevo gli elevatori con decisione, la vela sale sopra di me, l’aspetto un attimo, poi mi giro verso il mare e dopo due passi spicco il volo alle 12.20. Attraverso la prima ascendenza, è troppo breve e troppo vicina al terreno, attendo allora la seconda che tarda ad arrivare. Appena la sento viro a sinistra e cerco di non farmi sputare fuori. Dopo i primi giri, mi rendo conto che oggi non sarà difficile salire. Il variometro ha un bel suono costante e continuo. Io chiudo persino gli occhi per concentrarmi nel controllo del rollio. Mi dimentico del terreno ed insisto a spiralare nello stesso senso, fino a quando la salita rallenta e poi termina. L’altimetro segna 1150 metri e sono stato scarrocciato verso Vernazza, quindi la componente del vento continua ad essere da Sud/Ovest. Queste due condizioni: buona quota e vento a favore mi inducono a tentare il volo vagheggiato da tanto tempo: sorvolare tutte le Cinque Terre ed oltre raggiungendo in un viaggio di sola andata, il primo atterraggio degno di questo nome: la spiaggia del Terrizzo sull’isola Palmaria. Il cielo è sereno, il vento moderato. Di fronte a me la lunga linea di cresta che mi porterà alla mia destinazione. E’ inevitabile che affiorino nella mente le parole di Charles A. Lindbergh: “Guardando innanzi non posso misurare l’arroganza del mio tentativo”.

La prima difficoltà è l’attraversamento della vallata di Vernazza: è ampia più di tre chilometri. Seguire la cresta all’interno comporterebbe un tragitto molto più lungo e probabilmente un sottovento del monte Gaginara. Decido per un traverso in linea retta e perdo quattrocento metri prima di agganciare il crinale di S. Bernardino, dove trovo una debole ascendenza. Mi soffermo nella zona e con molta pazienza riesco faticosamente a guadagnare le cima. Sorvolo con scarso margine lo spartiacque completamente ricoperto da una fitta boscaglia. Nessuna traccia di strade e tanto meno di radure. Se dovessi perdere quota, sceglierei il versante del monte che volge sul mare. Tra Corniglia e Manarola le carte indicano un tratto di costa denominato “Spiaggione di Corniglia” ma la recente Aeroguida De Agostini, composta di foto aeree scattate da 2100 metri di quota. in scala 1:8500, non mostra in quel punto alcuna traccia di sabbia…

Il monte Capri, (786 metri s.l.m.) è poco più alto di me, ma avvicinandomi alla sua cima avverto chiaramente la presenza di una ascendenza dinamica che mi permette di risalirlo e poi superarlo. Il rilevo seguente è quello più visibile in lontananza, perché è letteralmente coperto di antenne dei ripetitori radio-televisivi. Credo si tratti del monte Verrugoli. Mi avvicino, ma riesco solo ad affiancarmi a quella selva di tralicci .In basso, in una vallata tra Manarola e Riomaggiore, appare un viadotto monumentale. Non è certo la Via dell’Amore…! E’ ciò che resta della progettata superstrada n° 370 che doveva unire Riva Trigoso a La Spezia, collegando a mezza costa tutti i paesi intermedi. Il viadotto, molto appariscente, mal si adatta al paesaggio circostante ed alla viabilità attuale, che è rimasta eterogenea e disagevole. Ora però la linea del crinale diventa più regolare, la distanza dal mare è dimezzata, la costa più ripida crea una ascendenza dinamica più favorevole. Mi sento molto più tranquillo. Alla mia sinistra sfila una postazione militare fittamente recintata, anch’essa munita di numerose antenne. Su un pennone sventola la bandiera Tricolore. Mi indica un vento leggermente ruotato da Sud/Ovest a Sud. Non vedo anima viva. L’orologio segna le 13.10. Probabilmente sono tutti a pranzo (meglio così, ma lo capirò dopo!). Incastonato nel mare di fronte a me emerge lo scoglio Ferale. Molti anni fa lo avevo raggiunto e circumnavigato in canoa. Oltrepasso con esuberanza di quota il borgo di Campiglia. Mi lascio scarrocciare un poco verso l’interno proprio sopra il monte Castellana (500 metri s.l.m.). Tutte le cime seguenti ospitano sulla loro sommità poderose fortificazioni. La più bella ed appariscente è quella del Muzzerone: domina l’orizzonte da una falesia a picco sul mare alta più di trecento metri, uno spettacolo da togliere il fiato!! Non ho più voglia di scendere. Vado avanti ed indietro sopra questa parete strapiombante che ho sognato di sorvolare da tanto, tanto tempo. Ma da qualche parte, prima o poi, dovrò mettere di nuovo i piedi per terra, e qui dove sono, non ci sono atterraggi fattibili. Alla mia sinistra il canale di Portovenere, cento metri d’acqua che separano l’isola Palmaria dalla terraferma. Lo supero è mi appoggio al fianco Sud/Ovest dell’isola. Più avanti un anfiteatro di forma regolare, orientato controvento, convoglia una corrente sulla cima, sormontata da un nugolo di gabbiani. Ma sono troppo basso. Un contrafforte roccioso mi ostacola con un sottovento. Ho un momento di incertezza e mi arrendo. Viro indietro e con il vento a favore passo sul bosco del versante Nord diretto all’atterraggio: una grande spiaggia di forma vagamente triangolare situata di fronte al porticciolo del promontorio. Il terreno scorre veloce ma la vela è inerte, l’aria sostiene meno. Imposto l’atterraggio a C verso destra e per un attimo temo di essere corto e finire in mare, ma negli ultimi dieci metri il rateo di discesa diminuisce, ed atterro schivando una serie di pali in ferro piantati nella sabbia.

Mi sento come svuotato. Il luogo è solitario. Una coppia di cormorani vola a pelo d’acqua. Porto la mia vela all’ombra di una casetta di legno (se lo merita) ed inizio a mettere in ordine il materiale di volo. Controllo i dati sull’altivario: durata del volo 1 ora e 4 minuti, ascendenza massima +5 metri al secondo (ma non me ne sono accorto, dev’essere accaduto subito dopo il decollo). Discesa massima –3,8 metri al secondo (nel tratto sottovento dell’isola). La mia vela è una Ozone Octane gialla e bianca e la selletta una Woody Valley Xpress con airbag. Faccio un paio di telefonate: una al presidente del mio club (il SETTIMO CIELO) Aldo “Jester” per metterlo al corrente ed una a Paolo “Zardo” con cui avevo brevemente parlato mentre ero in volo.

Quando è tutto nello zaino mi dirigo lungo un buon sentiero all’imbarco del Terrizzo, dove spero di trovare qualcosa che galleggi per andare sull’altra sponda del canale, a Portovenere; ma sono così euforico che sarei disposto a passare la notte sull’isola! Per strada osservo attentamente la barche ormeggiate nell’acqua bassa: nessuna ha i remi a bordo!!! Prima di giungere al molo, un pescatore mi dice che una pilotina dovrebbe arrivare tra un quarto d’ora da Portovenere. Nell’attesa mi siedo su una bitta e dopo poco spunta, una cagnolina molto affettuosa che non si stacca più da me. Mi ritorna in mente un fatto simile capitatomi ventitrè anni fa. Ero appena atterrato in un grande campo a valle di Varese Ligure (SP) con un ultraleggero modello “Eagle” dopo un viaggio di 50 Km da Casella (GE), quando sbucò chissà da dove una cagnolina come questa e mi tenne compagnia per una settimana. Io dormivo sotto l’ala dell’ultraleggero ed ogni giorno facevo due voli: uno al mattino ed uno alla sera.

Saliamo in tre sul battello ed a Portovenere trovo già pronto l’autobus diretto a La Spezia. Per colpa di quelle infernali macchinette che danno i biglietti rischio di perderlo. Sono negato con i congegni digitali. A bordo faccio conoscenza con un tizio che ha molto in comune con me: è un’escursionista, è un coetaneo, è pensionato, ed ha fatto oggi la mia stessa strada, passando per il sentiero di cresta. Lui ha impiegato otto ore. Questo dimostra la evidente superiorità del mezzo aereo. Va anche detto che il mio volo in linea d’aria è stato di diciotto chilometri, una distanza ridicola per qualunque pilota di cross.

Dall’autobus mi rendo conto di due cose: i pali di ferro piantati sull’atterraggio erano dei sostegni per reggere un’impalcatura con la scritta luminosa “Buone Feste”. Per poco la festa la facevano a me. La spiaggia dell’Olivio, che sembrava dall’alto molto attraente per la sua posizione rispetto al vento, sarebbe stata una vera trappola per la presenza di numerose linee elettriche e di altri ostacoli.

Il giorno dopo, alla riunione di club del giovedì sera, il presidente mi mostra una carta aeronautica: il mio volo si è svolto quasi interamente in una area denominata zona Papa. Sospettavo qualcosa del genere. Dopo Portofino, Piazza della Vittoria a Genova e l’Aeroporto di Novi Ligure, questo è il quarto volo trasgressivo. E’ proprio vero che le cose più belle della vita, come ha osservato qualcuno, sono vietate!! In questo caso la zona vietata si chiama P2. Vuol dire che anch’io sono entrato nella P2, ma solo per un’ora e per di più nell’ora di pranzo.


Renato “Robocop” Lucchetti